Si è da poco concluso il mio intervento in Consiglio regionale sull’autonomia differenziata, una discussione che arriva tardi, non sappiamo neanche cosa chiedere e a chi, una ripetizione continua e tutti ad urlare “viva il Sud”, ma sono proprio quei partiti nazionali sostenuti da coloro che sono intervenuti oggi a volere che il Sud si impoverisca di più, è tutta una questione di soldi da portare al Nord per essere gestito meglio.

Avevo preparato un intervento più tecnico, ma l’ipocrisia di molti dei miei colleghi mi ha frenato, tutti a sventolare le bandiere del Sud, senza di fatto puntare il dito contro quei partiti che hanno governato per questi anni e non hanno definito i Lep (livelli essenziali delle prestazioni).

I colleghi si sono dimenticati che tutte queste richieste già sono state preparate, gli ultimi governi sono tutti andati verso l’autonomia differenziata con l’appoggio della spesa storica, specialmente il governo Conte, il quale ha festeggiato i pochi fondi dati al Mezzogiorno del PNRR, anche con l’appoggio di intergruppi “fasulli” regionali e parlamentari, solo questione di soldi. Io non firmo ipocrite promesse di impegno scritte da chi ha tradito e tradisce il Sud.

È dal 2000 che la Lega ha cercato di spingere i governi di centrosinistra ad una riforma del Titolo V della Costituzione certamente affrettata, e con diversi elementi problematici.

A partire dal 2017 parte ufficialmente il progetto della «secessione dei ricchi» in maniera subdola senza che ci sia una legge ma con una sottrazione incessante di fondi al sud.

Dai finanziamenti delle università dove con norme e di indicatori quasi sempre costruiti ad hoc si sono ripartite risorse totali fortemente decrescenti in modo assai asimmetrico, a danno del sistema delle università del Centro Sud e del Nord periferico o peggio ancora dalle modifiche dei criteri di riparto del Fondo sanitario nazionale, conseguenza…una pessima sanità al Sud e un aumento delle migrazioni sanitarie di pazienti da una regione all’altra.

Richiesta di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, ai sensi del III comma dell’articolo 116 della Costituzione (come riformata nel 2001), di ulteriori e particolari forme di autonomia. Alle tre regioni capofila, ossia le più ricche, poi si sono accodate delle altre. In questa richiesta vi sono almeno tre elementi di evidente criticità, tali da giustificare una definizione così forte.
La Lombardia chiede ben 20 materie e 131 nuove funzioni legislative e amministrative.

È in gioco così gran parte dell’intervento pubblico che si realizza in Italia: dalla regionalizzazione della Scuola alla sostanziale cancellazione del Servizio sanitario nazionale, dai beni culturali all’assetto del territorio, dalle infrastrutture all’energia, dal lavoro alla previdenza complementare.

ULTIME RICHIESTE richieste regionalizzare il personale della scuola e di acquisire al demanio regionale parti del patrimonio infrastrutturale esistente (dalle autostrade alle ferrovie agli aeroporti) per poterlo mettere a valore; incuranti del fatto che esso è stato realizzato con le risorse della collettività nazionale.

Nel 2019 il ministro incaricato del dossier – leghista – ha cercato di soddisfare in ogni modo queste richieste, quanto il governo Conte sia stato disposto alla fine a concedere sembrava avvolto nelle nebbie e purtroppo più di quello che i più pessimistici sospetti facevano già temere.

Per i promotori, si tratta di modifiche opportune, che possono migliorare le politiche pubbliche e avvicinarle ai cittadini.

Ma, a parte gli evidenti dubbi che questo sia vero su una tale sterminata estensione di materie, la questione centrale è che essi la chiedono solo per sé stessi.

Non propongono, cioè, una modifica dell’articolo 117 della Costituzione, volta a spostare dal livello nazionale a quello regionale più poteri in tutto il Paese; propongono l’attuazione del 116, cioè un trasferimento solo per se stessi – come ricorda Viesti.

In secondo luogo, questa richiesta sterminata fa di pari passo con la volontà di poter acquisire risorse finanziarie assai più ampie di quelle oggi erogate dallo Stato centrale in quei territori per quelle funzioni.

Richieste santificate dalla pre-intesa raggiunta con le regioni il 28 febbraio 2018 (quattro giorni prima delle elezioni) dal sottosegretario Gian Claudio Bressa a nome del governo Gentiloni: Coalizione: PD, AP, CpE, PSI, CI, Demo.S; con l’appoggio esterno di: ALA, SC, MAIE, SVP, PATT, SA, UV, IdV, UpT, USEI, Mod, LC, LPP.

Uno dei suoi articoli stabiliva, in palese spregio della prima parte della Costituzione, che la spesa per i servizi in ciascuna regione dovesse essere parametrata anche sul gettito fiscale; cioè sul suo reddito.

Infine, l’idea delle tre regioni è sempre stata ed è quella di concludere l’intesa con il governo (ci si è arrivati ad un passo il 15 febbraio 2019) e di puntare poi ad un rapido ed indolore passaggio parlamenta- re di mera ratifica.



A quel punto il gioco sarebbe fatto. Ciascuna intesa potrebbe essere modificata solo con l’assenso della regione interessata, e non potrebbe essere sottoposta a referendum abrogativo. Dobbiamo renderci conto che una parte delle classi dirigenti di Lombardia, Veneto ed Emilia sta dunque provando a ristrutturare profondamente l’Italia e usa i partiti tutti per arrivare al suo scopo.

L’Emilia guidata dal Partito democratico chiede poteri estesissimi quasi quanto le altre, per sé e non per tutti. Con il 116 e non con il 117, rinunciando quindi a porsi alla testa di qualsiasi progetto di riforma nazionale che rivendica i principi dell’unità del Paese e si fa vanto di non richiedere risorse aggiuntive ma che si allinea in toto alle altre due nel percorso e nella pressione politica e che sottoscrive senza problemi testi che le darebbero non pochi vantaggi economici. L’esempio lampante, racconta Marco Esposito, riguarda la riforma del Titolo V del 2001 e le aberrazioni che l’interpretazione legislativa ha creato proprio riguardo i fabbisogni dei comuni più piccoli e spesso più svantaggiati “in Italia si è presa la statistica e la si è trasformata in regola”, spiegando come l’immobilismo dei comuni più piccoli sia dovuto in gran parte al meccanismo della ‘spesa storica’ e siamo arrivati alla situazione surreale per cui: “Se un Comune ha zero asili nido, il suo fabbisogno futuro di asili nido sarà uguale a zero. Questo succede anche per i diversi servizi che un territorio offre ai cittadini”.
E quindi il finanziamento di questo comune nel futuro sarà pari a zero!

La sovrapposizione della ‘spesa storica’ al criterio dei ‘livelli essenziali di prestazione’, tende quasi esplicitamente a forzare una migrazione dei cittadini del Sud in cerca di quei servizi, inesistenti o depauperati con la progressiva erosione dei fondi reali, nei territori di origine.

Se nel PNRR si intravedeva una potenziale inversione di rotta, al momento permangono pesanti zavorre che impedirebbero il cambio di passo. In Conferenza delle Regioni è stato dato, di fatto, maggior peso al sistema di cofinanziamento dei progetti, per cui le grandi città e metropoli, riescono concretamente ad aggiudicarsi i bandi (destinati alle aree svantaggiate) puntando su un tessuto economico storicamente più evoluto al Nord rispetto al Sud, su cofinanziamenti più consistenti e su un maggior organico amministrativo. In poche parole, una maggiore efficienza progettuale e un successo quasi certo nell’aggiudicazione di bandi e di Avvisi.

Un esempio su tutti “Il comune di Venafro, che ha il problema di un nido costituito da soli prefabbricati, ha presentato un progetto con un cofinanziamento di 3000 euro ma è stato battuto in graduatoria dal Comune di Milano, che alla pari chiede un nido, con un cofinanziamento di 3 milioni di euro, per ampliare le risorse di un’area. Milano sicuramente non avvertirà gli stessi disagi del piccolo comune in provincia di Isernia. Privare Venafro di un nido comporta uno squilibrio di trattamento dei bambini e delle loro famiglie ma più in generale i residenti al Sud sono penalizzati rispetto a chi vive nei grandi comuni del Nord.”

La soluzione secondo Marco Esposito potrebbe essere quella di poteri sostitutivi dello Stato Centrale che, attraverso un censimento, dovrebbero individuare i territori che necessitano di un intervento, evitando che gli interessi economici possano creare paradossi che appunto sfaldano la Coesione Sociale e Territoriale del Paese, andando contro gli obiettivi da raggiungere.

Addirittura con il fondi del PNRR che dovevano arrivare a percentuali dal 65 all’80 per cento al sud
siamo scesi al 40 per cento e ad annunciarlo, facendo passare per vittoria una sconfitta netta, sono stati proprio i capogruppo del Movimento 5 Stelle ad aprile 2021 hanno annunciato gongolando la loro soddisfazione nell’essere riusciti a destinare i fondi del PNRR per il 40% al Sud considerando che, a detta loro, il Sud avrebbe dovuto ricevere il 34%.

Peccato che per ciò che concerne la ripartizione del PNRR in Italia, di quei 209 miliardi ricevuti dall’Ue, la fetta più grande proprio per l’enorme povertà del Sud, il Mezzogiorno avrebbe dovuto ricevere la fetta più grande, ossia dal 65%all’ 80 % per tre ragioni:
Popolazione, Pil e tasso di disoccupazione; il tutto proprio per diminuire il gap Nord-Sud voluto dall’Europa. I pentastellati hanno sbandierato vittoria per mesi e addirittura l’allora presidente Conte disse con l’aria fiera come chi sa quale vittoria avesse riportato che il sud avrebbe raggiunto PERSINO IL 50 PER CENTO e poi aggiunse con tono minore compresi tutti i fondi che si “dispiegano trasversalmente “.

Quindi parafrasando il sommo “è la somma che fa il totale” meno del 40 perché il resto ci toccava di diritto ma la cosa più preoccupante che in questi anni hanno lavorato commissioni e giunte, una marea di eletti per anni per arrivare a concludere men che aria fritta.

Ricordo la Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale o addirittura nel 2020 (M5S) fonda l’inter-gruppo parlamentare “Risorsa Mezzogiorno”, ho cercato qualche relazione ma non ho trovato nulla sui lavori di questo inter-gruppo

Ho trovato invece i Resoconti delle COMMISSIONE PARLAMENTARE PER LE QUESTIONI REGIONALI un 100 di pagine inutili, ma ecco i pochi righi della relazione conclusiva che ci interessano è qui.

Per le materie LEP, la definizione di questi ultimi dovrebbe avvenire in tempi certi, ad esempio entro dodici mesi dall’entrata in vigore della legge-quadro. quindi prima fanno la legge e poi stabiliscono i LEP.

M siccome già sanno che i LEP non si improvvisano già fanno prevedere un possibile ritardo nella definizione dei LEP e scrivono “Rimane da approfondire quali possano essere le soluzioni alternative transitorie per consentire l’avvio del regionalismo differenziato in caso di ritardi nella predisposizione dei LEP.

Tra le ipotesi emerse nel corso dell’indagine vi è quella di procedere al trasferimento di funzioni anche nelle materie LEP, in attesa e in parallelo all’individuazione dei LEP, con “invarianza di spesa storica” ecco l’altra fregatura quella per cui come ci descrive Marco Esposito se storicamente non hai avuto vuol dire che hai perso il diritto ad avere.

Allora visto che lo scenario politico è questo e che negli anni si è fatto poco e quel poco che si è fatto ha rafforzato certi diritti e certi territori ed indebolito la voce degli altri a chi rivolgiamo questo appello accorato alla equità territoriale?

Partiti che sono rappresentati in questa aula e che non stanno lavorando per il bene del Sud del resto ben ricorderemo la conferenza stato regioni dove forse l’unico presidente di regione a cercare una coesione con gli altri presidenti per una battaglia unitaria sulla distribuzioni dei fondi fu proprio solingo De Luca, non so con quali risultati visto che gli uomini anche del Sud che sgomitano per arrivare a Roma una volta arrivati dimenticano le loro radici.

Allora chiedo vi sembra SERIO chiedere qui ai vostri partiti di riferimento quel rispetto di equità territoriale che i vostri partiti di riferimento stanno “scassando” da anni e far credere che tutto ciò sia una cosa CREDIBILE?