Approvata alla faccia del consumo zero e delle buone pratiche.

In consiglio regionale come previsto, è passata la Legge sulla finta Rigenerazione Urbana, che altro non è che l’aumento della cubatura di edifici già esistenti del 20-30% e 50%, tanta ricostruzione e nessuna rigenerazione.

Chiaramente il consiglio ha avuto il mio voto contrario con i soli due presenti di M2050, ma a poco è bastato in quanto la notizia che dovrebbe far riflettere maggiormente, riguarda la totale assenza dei Verdi che dovrebbero essere i portabandiera in questa battaglia, accompagnati poi dagli ex 5 stelle, oggi futuristi del “Movimento di Pomigliano”, che si sono astenuti per non dispiacere il loro governatore e futuro alleato, cancellando anni di battaglie, che evidentemente erano finte, e tutte le promesse elettorali.

Se veramente si vuole rigenerare un territorio bisogna adeguare infrastrutture, trasporti, servizi e se un territorio ha già raggiunto il limite massimo strutturale, bisogna fermarsi.

Usciti da pochi giorni i dati di Legambiente che certifica come anche durante la pandemia, il consumo di suolo è cresciuto in maniera esponenziale.
La stessa Legambiente sta dando battaglia, al fianco di Italia Nostra, a questa legge impugnata già in Piemonte, Sardegna e Calabria, per presentare un ricorso per l’esame alla Corte costituzionale, anche in Campania.

APPUNTI PER IL CONSIGLIO del 04/08/2022 RIGURDANTE LA LEGGE SULL’ URBANISTICA IN DEROGA

Con il Disegno di Legge regionale “Disposizioni in materia di semplificazione edilizia, di rigenerazione urbana e per la riqualificazione del patrimonio edilizio esistente” di cui alla Delibera di Giunta regionale n.314 del 21.06.2022, la Regione Campania reitera la volontà di sancire l’annullamento di ogni attività di pianificazione urbanistica in favore di un regime edilizio esclusivamente derogatorio, a esclusivo sostegno della libera iniziativa privata, nella più totale anarchia paradossalmente garantita da una legge, sotto la spinta incentivante di premialità volumetriche e/o di superficie del 20% o 35% del patrimonio edilizio attuale.
La prospettiva che ne deriva non è affatto quella del contrasto al consumo del suolo ma quella dell’ulteriore consumo di suolo: indiscriminato sia sotto il profilo quantitativo che sotto il profilo qualitativo, del tutto al di fuori di qualsiasi programmazione anche sottratto ai processi di partecipazione democratica alle scelte, e all’esercizio della tutela paesaggistica.
Vale la pena pure ricordare che sui regimi derogatori, per propria natura ancorati a situazioni circoscritte nel tempo e legati a motivazioni puntuali e d’emergenza, sussiste, una consolidata giurisprudenza che ne censura la protrazione e il consolidamento, quali che siano l’origine e la necessità del provvedimento derogatorio, per il solo fatto che il venir meno della pianificazione prevista dalle Leggi risulta elusivo del principio dell’interesse pubblico all’ordinato sviluppo del territorio. La questione pregiudiziale che qui si pone è di estremo rilievo perché concerne l’istituzionalizzazione di regimi derogatori in pendenza della pianificazione paesaggistica in atto, avviata dalla stessa Regione Campania.

In altri termini, le deroghe concesse dal ddl agirebbero, anche con effetti devastanti, sui territori oggi oggetto di pianificazione paesaggistica in atto, impedendo l’esercizio di tutela riservato allo Stato.

Le forme di premialità volumetrica o di superficie divengono disciplina consentita, anzi auspicata, nei Puc. Sicché quello che si costruisce in deroga nelle more dell’adeguamento dei Puc a tale logica, diviene -senza soluzione di continuità – Piano urbanistico.

La compromissione del territorio in pendenza dell’approvazione del Piano Paesaggistico. Infatti questo, una volta approvato, può senza dubbio limitare le possibilità edificatorie dei Puc anche con riferimento alle misure premiali: prova che il perpetuarsi dei meccanismi premiali in regime derogatorio, nelle more della pianificazione ordinaria e nel corso dell’iter di pianificazione paesaggistica, non può rientrare unilateralmente nell’esercizio della potestà legislativa regionale, comprimendo l’esercizio di tutela riservata allo Stato, in contrasto con l’art 117 comma 2 lettera s) Cost..

Proporre una ulteriore e sommaria modifica normativa che di fatto intende ulteriormente incentivare il settore con premialità volumetriche a prescindere dalla capacità di carico insediativo e dalla diffusa carenza di talune rilevanti opere di urbanizzazione primaria e secondaria assume contorni a dir poco grotteschi e soprattutto sconcertanti per la “scarsa sensibilità” alle condizioni di contesto.

Per urbanizzazione primaria si fa in particolare riferimento alle fognature e alle loro inadeguatezze funzionali connesse alle rilevanti carenze dei complessivi sistemi depurativi. Al riguardo si considerino il notevole numero di agglomerati depurativi in ambito regionale in procedura di infrazione comunitaria per il mancato rispetto delle disposizioni di cui alla DIR91/271CEE concernente il trattamento delle acque reflue urbane, pregiudiziale a qualsiasi intervento che implichi incremento del carico insediativo. Quanto alle opere di urbanizzazione secondaria segna il passo la carenza del sistema di TPL.

Si ritiene necessario assumere che il concetto di densificazione e le previsioni di premialità volumetrica proposte nel DdL con l’alibi del contrasto al consumo di suolo non possano riguardare zone urbane a prescindere, quanto piuttosto vanno limitati, in una più organica e coerente rivisitazione della complessiva norma ed in accordo con le previsioni strategiche e il dimensionamento dei piani (PTR, PTCP, PUC, Piani Paesistici, piani di settore, ecc.) a contesti urbani che non hanno ancora raggiunto i limiti di densificazione più cautelativi di cui alla normativa vigente. Diversamente, ovvero prescindendo da dette pregiudiziali, non si tiene conto della capacità portante del territorio, dei limiti di densità che possono essere sostenuti senza che si cagioni un decremento della qualità della vita e delle possibilità di sviluppo sostenibile dei contesti urbani di intervento.

Con il DdL in questione si determinerebbero processi lesivi per il patrimonio edilizio e per i relativi detentori non beneficiari delle premialità volumetrica o di superficie connesse alla densificazione. In pratica, a fronte di un beneficio per pochi, molti subirebbero danno per il decremento del valore immobiliare connesso all’ulteriore congestionamento, al peggioramento ambientale (smog, rumore, etc), al depauperamento degli spazi urbani, ecc., cui andrebbero incontro con i propri immobili.

In particolare, sono gli articoli 3 e 4 del DdL che destano preoccupazioni.
In essi la riqualificazione delle aree urbane, degradate o meno, viene identificata con puri e semplici interventi edilizi su tutti gli immobili esistenti, la cui incentivazione è a sua volta riduttivamente individuata in un incremento volumetrico. Un incremento cospicuo, nella misura del 20% in caso di ristrutturazione del fabbricato o addirittura del 35% in caso di sua sostituzione.
Quando gli interventi configurano una ristrutturazione urbanistica, essi sono attuati mediante un permesso di costruire convenzionato anziché mediante il consolidato piano urbanistico attuativo.
La procedura assai semplificata e contrastante con le consolidate pratiche urbanistiche impedisce la presentazione di osservazioni e la partecipazione consultiva dei soggetti sociali interessati.
Ai comuni è riservata la sola possibilità di individuare altri ambiti di esclusione.

Per immobili dismessi di qualunque tipologia e destinazione sono ammessi interventi di ristrutturazione/sostituzione con un incremento di volume del 20%. L’intera volumetria può essere delocalizzata “laddove vi sia la disponibilità di una area alternativa”.

L’incentivazione volumetrica sale addirittura del 50% per la ricostruzione in ambiti individuati dal piano urbanistico comunale di edifici posti in aree ad alto rischio idrogeologico.

In rapporto a finanziamenti del PNRR o a programmi strategici regionali viene prevista la redazione da parte dell’amministrazione comunale, “anche su iniziativa privata”, di un “piano programmatico”, il quale può anche modificare lo strumento urbanistico vigente.

Il piano urbanistico comunale può essere stravolto con una semplice delibera consiliare senza alcun controllo o parere neppure degli enti pubblici sovraordinati, in spregio alle disposizioni vigenti in materia di VAS.

Il DdL contiene un grave indebolimento del governo pianificato del territorio.

E la monetizzazione degli standard, che diverrà procedura consueta anziché eccezionale, non produrrà l’aumento di attrezzature e servizi pubblici proporzionato agli incrementi volumetrici, sicché le dotazioni collettive resteranno sottodimensionate, peggiorando le condizioni di vita dei cittadini.

La densificazione edilizia aumenterà la congestione delle zone più appetibili e produrrà una crescita dei costi degli affitti e delle vendite per gli immobili beneficiari delle premialità, la consapevole riproposizione di disposizioni che in più occasioni sono state certificate come di chiara ‘’illegittimità” dalla Corte Costituzionale non fa che gettare una pesante ombra sulle reali intenzioni del dispositivo legislativo in questione.

Il territorio Regionale è per buona parte interessato da norme di tutela del paesaggio e da specifici piani paesistici e il principio per cui non sia possibile derogare a tali indicazioni (non solo per le aree di in edificabilità assoluta) è stato per l’ennesima volta sancito dalla sentenza n.261 del 2021 la Corte Costituzionale che ha censurato l’operato della stessa Regione Campania.

Prevedere l’inapplicabilità per le sole aree di inedificabilità assoluta (Art. 4 comma 6) risulta dunque una scelta d’indirizzo consapevole, che permetterà ai più informati e “veloci” di aggirare l’eventuale censura da parte della Corte Costituzionale, pertanto si ritiene indispensabile una sua radicale rielaborazione che, nell’ambito della formazione dei piani urbanistici comunali, consenta ai comuni di incentivare, solo in specifiche zone urbane degradate, la riqualificazione urbanistica anche con incrementi volumetrici non superiori al 20% tanto in caso di ristrutturazione quanto in caso di demolizione e ricostruzione, da attuare attraverso piani urbanistici attuativi.

In più, la consapevole riproposizione di disposizioni che in più occasioni sono state certificate come di chiara ‘’illegittimità” dalla Corte Costituzionale non fa che gettare una pesante ombra sulle reali intenzioni del dispositivo legislativo in questione.

Concludo, la corte costituzionale ha annullato una legge simile la n 10 in Calabria e la legge Sardegna n. 1 e notizia di pochi giorni fa che anche la legge regionale del Piemonte sulla rigenerazione è stata impugnata ed è ora all’esame della Corte costituzionale.

Riconosciute le ragioni di Italia Nostra e delle associazioni ambientaliste, le stesse che abbiamo ascoltato in audizione qui e che hanno dichiarato questa legge inemendabile.
Le ragioni sono le stesse che potrebbero essere usate per la legge Campania e le cito.
La legge regionale consentendo interventi parcellizzati svincolati da una corretta e stabile cornice normativa di riferimento, trascura l’interesse all’ordinato sviluppo edilizio, proprio della pianificazione urbanistica e in tal modo danneggia il territorio in tutte le sue connesse componenti e primariamente nel suo aspetto paesaggistico ed ambientale.
La Consulta introduce un nuovo motivo di contrasto la pianificazione paesaggistica , non ancora conclusa verrebbe compromessa dalle deroghe causando danno al territorio.

C’è da chiedersi a chi serve questa pdl urbanistica in deroga.

Sicuramente i beneficiari di questo criminogeno disegno di legge nel periodo che intercorrerà tra l’approvazione e il suo annullamento da parte della Consulta, così come avvenuto nelle altre regioni ultima in Piemonte.