FINANZA

La spesa sanitaria in termini assoluti è cresciuta quasi costantemente negli ultimi 20 anni, passando da 71,3 miliardi di euro nel 2001 a 114,5 miliardi nel 2019.
L’apparenza però rischia di ingannare. Insomma, bisogna tenere conto dell’inflazione, i soldi destinati alla sanità sono cresciuti meno dell’inflazione: quindi, anche se sembravano aumentare, le “cose” che si potevano comprare con quei soldi erano sempre meno.
«Nel decennio 2010-2019», scrive la fondazione Gimbe nel suo rapporto, «il finanziamento pubblico del SSN è aumentato complessivamente di 8,8 miliardi di euro crescendo in media dello 0,9 per cento annuo, tasso inferiore a quello dell’inflazione media annua pari a 1,07 per cento».
In altre parole, quindi, più che tagliare la spesa sanitaria, i governi degli ultimi anni hanno lasciato che fosse l’inflazione a ridurla di anno in anno.
Quello che i vari governi hanno effettivamente tagliato in questo periodo sono investimenti e aumenti di spesa previsti per il sistema sanitario. Originariamente, infatti, la spesa sanitaria avrebbe dovuto non solo crescere con l’inflazione, ma anche di più.
Secondo i calcoli della Fondazione Gimbe, negli ultimi dieci anni circa 37 miliardi di euro di aumenti di spesa sanitaria previsti a questo scopo sono stati tagliati.
La Fondazione Gimbe calcola che il grosso dei tagli sia avvenuto tra il 2010 e il 2015 (governi Berlusconi e Monti), con circa 25 miliardi di euro trattenuti dalle finanziarie del periodo, mentre i restanti 12 miliardi sono serviti per l’attuazione degli obiettivi di finanza pubblica tra il 2015 e il 2019 (governi Letta, Renzi, Gentiloni, Conte). I governi non sono comunque riusciti a coprire l’inflazione, finendo, di fatto, col diminuire il budget sanitario.
 I dati OCSE aggiornati al luglio 2019 dimostrano che l’Italia si attesta sotto la media OCSE, sia per la spesa sanitaria totale ($3.428 vs $ 3.980), sia per quella pubblica ($ 2.545 vs $ 3.038).
Come ha rilevato la Fondazione Gimbe in un rapporto del settembre 2019, che dal 2010 all’anno scorso le risorse in più aggiunte di anno in anno sono state sempre minori rispetto a quelle programmate negli anni precedenti. In sostanza, “tagli” ci sono stati, se con questa parola si fa riferimento anche ai mancati aumenti attesi (o alla loro effettiva riduzione).

Nello specifico:
La prima robusta decurtazione registrata coincide con l’insediamento del governo tecnico guidato da Monti che, in nome della spending review, sottrae al Ssn circa 25miliardi (30 secondo la stima delle Regioni). Benché breve, non si sottrae a questa pratica il governo Letta, che nel 2013 definanzia progressivamente la quota di PIL destinata alla sanità pubblica dal 7,1 al 6,7% ed apporta tagli al Ssn.
Il passaggio di consegne con Renzi sembra l’alba di una nuova stagione con il Patto per la Salute che mette sul tavolo risorse, le quali restano però virtuali. Si collezionano, piuttosto, altri segni meno alla voce sanità. Con Gentiloni al timone dell’esecutivo, la musica non cambia: nel 2017 si prevede un calo della spesa pubblica sanitaria rispetto al PIL dal 6,7% al 6,4% per il 2019. E poi, ancora, nel settembre 2017 avviene una nuova sforbiciata alla spesa sanitaria il cui peso sul Pil si riduce al 6,3%. Con il primo governo Conte, nel 2018, al netto degli annunci di crescita economica, aumenta solo dello 0,1% annuo il rapporto spesa sanitaria/PIL.
Come si legge nell’annuale relazione della Corte dei Conti, la frenata più importante è arrivata dagli investimenti degli enti locali (-48% tra il 2009 e il 2017) e dalla spesa per le risorse umane (-5,3%), una combinazione che in termini pratici si ripercuote sulla quantità e sull’ammodernamento delle apparecchiature, oltre che sulla disponibilità di personale dipendente, calato nel periodo preso in considerazione di 46mila unità (tra cui 8mila medici e 13mila infermieri). I mancati investimenti si fanno sentire soprattutto nel sud Italia, dove tutte le regioni (eccezion fatta per il Molise) spendono meno della media nazionale.


 

STRUTTURE OSPEDALIERE

Nel 1998 l’assistenza ospedaliera si è avvalsa di 1.381 istituti di cura, di cui il 846 (61,3%) pubblici ed il rimanente 535 (38,7%) privati accreditati
Nel 2007, c’erano 1.197 istituti di cura, di cui il 658 (55%) pubblici ed il rimanente 539 (45%) privati accreditati.
Nel 2017 c’erano 1.000 istituti di cura, di cui il (518) 51,80% pubblici ed il rimanente 48,20% privati accreditati.

Risulta confermato il trend decrescente del numero degli istituti, già evidenziatosi negli anni precedenti, effetto della riconversione e dell’accorpamento di molte strutture, infatti la diminuzione ha riguardato il solo settore pubblico passando da 1.068 strutture del 1995 a 846 nel 1998 (-21%).
La riduzione del numero di ospedali dunque è un trend in atto da almeno 25 anni, da ben prima che scoppiasse la crisi economica nel 2008


 

MEDICI

I tagli finanziari si sono tradotti principalmente in tagli al personale.
Secondo l’ufficio parlamentare di bilancio in questi anni abbiamo perso più di 42mila dipendenti a tempo indeterminato e tagliato 2 miliardi di euro in spese per il personale.
Il numero di medici non è stato ridotto ma non è nemmeno cresciuto, e sono stati assunti pochissimi nuovi medici giovani inoltre ha subito una flessione in rapporto alla popolazione, che invece è leggermente aumentata.
Il risultato è che oggi, secondo i sindacati dei medici, al sistema sanitario italiano mancano 46 mila operatori, tra cui 8.000 medici
Bisogna poi aggiungere che il blocco delle assunzioni (una delle misure imposte con i vari tagli stabiliti nel 2009) ha contribuito a rendere i medici italiani tra i più vecchi d’Europa infatti oltre la metà di loro ha più di 55 anni.

Personale Dipendente
Con la delibera CIPE del 1984 si legge che
«per il personale dipendente, riferito all’intero servizio regionale o a grandi aree territoriali, viene definito lo standard aggregato di 10-12 dipendenti ogni 1000 abitanti e viene orientativamente fissata la seguente disaggregazione-obiettivo: medici 10-11% e infermieri 38-40% del totale del personale dipendente».
Quindi i valori limite di 1-1,3 medici e di 3,8-4,8 infermieri per 1000 abitanti.
Nel 1985 i valori medi nazionali risultavano, rispetto o alla delibera CIPE, superiori al massimo per i medici (1,4) e pari al minimo (3,8) per gli infermieri.
Con il decreto ministeriale del 13/9/1988 che fissava nuovi standard del personale ospedaliero, nel 1988 porterà a stimare una carenza di personale ospedaliero delle USL pari a circa 75.000 unità, di cui 60.000 infermieri.
Dal 1985 al 2008 aumenta il numero di entrambe le figure, risultato poi quasi stazionario fino al 2016, l’ultima rilevazione del Conto Annuale del Personale indica in circa 104.500 i medici dipendenti del SSN e in quasi 262.500 gli infermieri

Medici di Base
Nella prima Relazione 1980 sullo stato sanitario del Paese vengono indicati:
60.000 i medici di medicina generale (MMG) e circa 1.500 i pediatri (il numero dei primi viene dichiarato adeguato, i pediatri vengono espressamente giudicati insufficienti).
Per i dati delle annualità successive l’indicatore relativo ai medici di medicina generale è stato calcolato con specifico riferimento alla popolazione adulta (oltre i 14 anni).
Nel il 1985 l’indicatore si attesta a 12,5 MMG per 10.000 abitanti;
nel 1995 l’indicatore passa a 9,7 MMG per 10.000 adulti;
nel 2013 l’indicatore passa a 8,7 MMG per 10.000 adulti.


 

POSTI LETTO

Anche il numero dei posti letto ordinari è crollato negli ultimi decenni.
Nel 1998 erano circa 311 mila (5,8 posti letto ogni mille abitanti)
nel 2007 erano circa 225 mila (4,3 posti letto ogni mille abitanti)
nel 2017 erano circa 191 mila (3,6 posti letto ogni mille abitanti)
La cosa interessante è che nel rapporto del 1998 già si scriveva che, attestandosi a 5,8, «l’indicatore posti letto per 1.000 abitanti risulta sensibilmente diminuito in questi ultimi anni».

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il nostro Paese ha dimezzato i posti letto per i casi acuti e la terapia intensiva:
nel 1997 erano 575 posti letto ogni 100 mila abitanti;
nel 2017 erano 275 posti letto ogni 100 mila abitanti (2,75 ogni 1.000 abitanti).
Un taglio del 51% operato progressivamente dal 1997 al 2015, le strutture ospedaliere hanno perso, infatti, 70 mila posti letto, solo negli ultimi 10 anni.
La maggioranza è in strutture pubbliche, mentre il 23,3% è collocato nelle strutture private accreditate.
Sono solo 5.090 posti letto di terapia intensiva (0,0842 ogni 1.000 persone),
1.129 posti letto di terapia intensiva neonatale (2,46 per 1.000 nati vivi),
2.601 posti letto per unità coronarica (0,043 per 1.000 abitanti).


Di seguito documenti utili da consultare:

“Annuario Statistico del Servizio Sanitario Nazionale 2017”

Clicca qui per scaricare il pdf

“SSN40-Rapporto sanità 2018”

Clicca qui per scaricare il pdf