PREMESSA
Possiamo chiamarlo senza dubbio il libro delle promesse mancate o, peggio, delle illusioni quello che questa giunta regionale ha riassunto nel Documento di Programmazione Economica e Finanziaria 2019 (DEFRC 2019-2021); Piano che andava presentato al Consiglio entro il 30 giugno e che la seconda commissione ha licenziato senza il tempo sufficiente per la discussione e senza un passaggio approfondito nelle altre commissioni che non hanno svolto la necessaria attività consultiva in materia di programmazione economico-finanziaria. Il documento cartaceo che abbiamo consegnato entra nel dettaglio rispetto all’analisi punto per punto di tutti i temi del Defr, che oggi sinteticamente riassumerò puntando solo qualche punto dei temi che avrei voluto affrontare così come i 15 minuti a disposizione purtroppo mi limitano a fare. In premessa è bene sottolineare come il sintetico documento redatto dalla Maggioranza nella II Commissione rappresenti una modesta elencazione contenente enunciazioni di principio con uno scarso approfondimento contenutistico e una decisamente scarsa attenzione alle reali problematiche regionali senza nessun raffronto con gli obiettivi non raggiunti nel defr precedente e senza nessuna operazione correttiva.


SANITA’

Veniamo al tema più caldo e, purtroppo, sempre attuale per le conseguenze di una gestione scellerata. L’insanità campana.
La Risoluzione di maggioranza impegna la Giunta regionale a sostenere il sistema sanitario ecc. e, a partire dal prossimo esercizio, uscire definitivamente dal commissariamento governativo con il ripristino dei poteri ordinari in capo alla regione.Va rilevato come la previsione secondo cui la Regione Campania possa già considerarsi sulla strada che conduce all’uscita dal Commissariamento sembra piuttosto entusiastica, poco realistica e assolutamente paradossale. Un commissario che – nella confusione dei ruoli con il Presidente della Regione – non ha rappresentato alcuna forma di recupero di autonomia e di efficienza da parte della Regione. Una totale assenza di lungimiranza e programmazione ancora più pesante e sentita su piano dei livelli di assistenza, fotografata dalle relazioni dello Svimez, ad esempio, che denuncia come il divario Nord-Sud appare di grande rilevanza nel comparto socio-assistenziale, evidenziando livelli insufficienti dei servizi per le categorie più deboli della popolazione: l’infanzia, gli anziani e i non autosufficienti.
L’intero comparto sanitario presenta livelli di prestazioni che sono al di sotto dello standard minimo nazionale, come dimostra la griglia dei Livelli Essenziali di Assistenza nelle regioni sottoposte a Piano di rientro, che risultano ancora inadempienti su alcuni obiettivi fissati.
I dati sulla mobilità ospedaliera interregionale sono la fotografia più chiara delle carenze del sistema ospedaliero campano, soprattutto in alcuni specifici campi di specializzazione, e della lunghezza dei tempi di attesa per i ricoveri.
Nel 2016 erano 114 mila i cittadini migranti sanitari, con la conseguenza di un cospicuo trasferimento di risorse dal Sud verso Nord.
I lunghi tempi di attesa per le prestazioni specialistiche e ambulatoriali sono anche alla base della crescita della spesa sostenuta dalle famiglie con il conseguente impatto negativo sui redditi. Appare dunque totalmente infondata e poco aderente al dato fattuale la richiesta da parte dei Consiglieri di Maggioranza di pianificare un’uscita dal Commissariamento.
Sarebbe del resto illogico in un quadro della sanità campana caratterizzata da livelli essenziali di assistenza (LEA) così poco performanti e molto distanti dai livelli minimo auspicabili. Gli ultimi dati in possesso rappresentano un dato allarmante e fortemente preoccupante. La lontananza da standard accettabili in relazione ad alcuni parametri sintetici rappresenta ancora l’arretratezza dei livelli sanitari campani e contrasta con le continue dichiarazioni ed esternazioni da parte dei vertici della Giunta regionale che enfatizzano un miglioramento che al momento non esiste.
In ultima analisi va tenuto conto della disinvoltura con la quale la maggioranza affronta tematiche così importanti e vitali per il sistema regionale.
Un termine “disinvoltura” benevolo nei confronti di coloro i quali paventano possibili uscite dal commissariamento e non percepiscono la gravità della situazione globale a cui la Campania è costretta a far fronte.
Una totale irresponsabilità a parole che si traduce in una mancanza forte della conoscenza degli strumenti e delle normative. Per far comprendere la gravità della situazione campana e la totale inefficienza di questa amministrazione è bene evidenziare le carenze strutturali e operative rilevate dal Tavolo tecnico per la verifica degli adempimenti regionali con il comitato permanente per la verifica dei LEA del 18 luglio 2018:

  • presenza di tempi di pagamento superiori ai tempi indicati dalla legge;
  • persistenti criticità sugli screening oncologici e sull’assistenza territoriale;
  • mancanza del DCA sulla rete ospedaliera;
  • persistenti carenze per quanto riguarda la rete territoriale;
  • mancanza del DCA integrativo sul fabbisogno di personale.

Con riferimento ai LEA 2016, la Regione Campania è:

  • INADEMPIENTE sul Monitoraggio ex post delle prestazioni incluse nel flusso informativo ex art. 50 della legge n. 326/2003;
  • INADEMPIENTE su Sistema informativo per salute mentale NSIS-SISM;
  • INADEMPIENTE su erogazione LEA;
  • INADEMPIENTE su liste di attesa;
  • INADEMPIENTE su contabilità analitica;
  • INADEMPIENTE su assistenza domiciliare e residenziale;
  • INADEMPIENTE su prevenzione;
  • INADEMPIENTE su accreditamento istituzionale.

Offerta sanitaria
I più importanti indici nel settore sanitario collocano l’offerta sanitaria Campana all’ultimo posto fra le regioni italiane. Siamo ultimi per efficienza, efficacia, qualità dei servizi, nella classifica degli ospedali, e nella prevenzione. Circa i LEA la peggior perforrmance di sempre si è registrata durante il governo di De Luca: ci vengono assegnati 124 per il 2016 dove il livello minimo accettabile è 160. Nessuno era mai riuscito a fare peggio, neanche in Campania. Siamo la regione della terra dei fuochi, l’incidenza della maggior parte dei tumori è in linea allo standard nazionale (a causa dei ben noti fattori protettivi climatici), ma la mortalità a cinque anni dalla diagnosi se ne discosta in maniera significativa a causa della minor efficacia dei percorsi di cura e di prevenzione.
L’offerta di screening per la diagnosi precoce è minimale, inefficace.
L’aspettativa di vita, per la prima volta nella storia moderna, decresce.
La situazione è particolarmente critica nella città di Napoli e il Presidente dell’ISS (Istituto Sanità) ha recentemente affermato che “la peggiore zona in cui nascere è l’area metropolitana di Napoli. Nei confronti dell’Europa, dell’europeo medio, ha una aspettativa di vita ridotta quasi di 8 anni”.
Una situazione che “non può essere risolta con l’attuale governance” evidenziando come i dati di quest’area siano ormai vicini alla media della Bulgaria o della Romania.
Secondo l’Istat (Anno 2017) permangono le differenze della rete d’offerta ospedaliera tra le regioni del Nord e quelle del Mezzogiorno e in Campania c’è il record nazionale delle morti evitabili, che pesano su un’aspettativa di vita di 4 anni inferiore a quella del Nord italia.
A fare la differenza è, invece, la capacità di organizzare la sanità sul territorio visto che, nelle Regioni settentrionali, a politiche di contenimento delle spese, ha fatto riscontro un aumento della stessa aspettativa di vita. Una denuncia che mette sotto accusa il sistema sanità in Campania e chi la governa.
Anche la classifica stilata da “Meridiano Sanità Index” vede ultima la Campania. Le valutazioni sono state ottenute confrontando quattro indici principali (efficienza dell’offerta sanitaria, qualità dell’offerta, salute della popolazione e capacità del sistema sanitario di rispondere ai bisogni di salute). L’Emilia Romagna prima e la Campania ultima.
Sul sito dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari (AGENAS) si riportano i risultati del “Programma nazionale esiti” (Pne), un’analisi della qualità delle cure negli ospedali italiani migliorano di anno in anno a livello nazionale, ma che peggiorano solo in Campania e Abruzzo. Ultimi nei livelli essenziali di assistenza, l’efficienza è in ritardo e le performance cliniche di Asl e ospedali lasciano a desiderare, l’aggiornamento tecnologico insufficiente.
Pochi esempi per tutti:

  • le fratture di collo del femore operate entro due giorni sono il 25% contro uno standard internazionale atteso tra 60 e 80%;
  • la percentuale dei parti cesarei in Campania è del 46 per cento dei parti contro uno standard atteso tra 15 e 25%. Più del doppio della Toscana dove il cesareo rappresenta il 20 per cento di tutti i parti;
  • l’angioplastica primaria è un intervento di provata efficacia nel ridurre la mortalità per infarto acuto del miocardio. La mortalità a 30 giorni dal ricovero, a fronte di un valore nazionale medio del 9% in Campania è maggiore del 20%;
  • se i tumori rappresentano una vera e propria emergenza sanitaria in tutto il Paese, i dati della Campania tratteggiano un’emergenza nell’emergenza. La sentenza che giunge dall’Istituto superiore di Sanità è di quella che non ammette repliche: nella nostra Regione il cancro fa morire molte più persone che nel resto del paese. Dietro l’assenza di una risposta adeguata alle neoplasie maligne, si annidano carenze strutturali e organizzative: ad esempio la grave carenza di posti letto disponibili per la radioterapia nella Regione: (0,69 ogni milione di abitanti, contro i 6,92 della media nazionale). La rete oncologica è peggiorata considerato che i posti letto per degenze (cioè quelli per i pazienti più gravi, che non possono essere curati nei day hospital) non sono concentrati in Poli Specialistici Provinciali, ma distribuiti in presidi ospedalieri periferici a bassa complessità di cure e prive di discipline specialistiche ad alta complessità.

Nel settore pubblico patiamo:

  • una riduzione di circa 16.000 unità di personale a causa del blocco del turn over;
  • un precariato diffuso;
  • la chiusura di servizi territoriali e ospedalieri;
  • la soppressione di 2402 posti letto per acuti;
  • lo smantellamento della rete di psichiatria e dei servizi al paziente fragile;
  • la mancata integrazione del 118 con la rete ospedaliera e dei Policlinici con il S.S.R.;
  • la mancata attivazione dei posti letto per la riabilitazione e la lungodegenza;
  • la desertificazione territoriale, l’aumento delle barelle e delle liste di attesa;
  • l’aumento della migrazione extraregionale.

Nella sanità privata accreditata gli interventi commissariali hanno prodotto un aumento dello squilibrio della offerta tra pubblico e privato, con un incremento delle risorse regionali a vantaggio del privato, con scarsi controlli da parte della Regione in merito alla erogazione delle prestazioni accreditate.
In definitiva, il raggiungimento del tanto pubblicizzato pareggio di bilancio è stato ottenuto con aumento dei ticket, della compartecipazione socio-sanitaria e della imposizione fiscale e prevalentemente con blocco del turn over del personale e chiusura di servizi. Le varie programmazioni regionali, redatte dai numerosi Commissari che si sono alternati, dimostrano un’assenza di visione organica e complessiva. In meno di 8 anni abbiamo visto:

  • licenziare 4 piani ospedalieri, ciascuno in contraddizione col precedente, e nel mentre si progettavano e riprogettavano grandiose opere, poi abbandonate in avanzato stato di realizzazione sciupando enormi risorse, si è assistito ad una progressiva azione di smantellamento e destrutturazione dell’assistenza ospedaliera preesistente in Campana;
  • il taglio del numero di ambulanze “medicalizzate” penalizza particolarmente i comuni dell’entroterra delle province di Avellino e Benevento mentre la Legge impone uniformità sull’intero territorio;
  • l’enormità delle liste di attesa che è causa di grande insoddisfazione da parte dei cittadini e che alimenta la fuga verso il privato sostenendo la migrazione sanitaria extra-regionale per le aree di elevata specializzazione;
  • l’assistenza pediatrica e neonatale è notevolmente peggiorata.Contrariamente a quanto definito con linee guida delle società scientifiche i reparti di terapia intensiva neonatale non sono allocati negli ospedali con reparto di maternità per gravidanze a rischio. L’unico presidio che assicurava tali requisiti e l’accettazione in emergenza-urgenza, l’ospedale Annunziata, è stato svuotato delle proprie funzioni e competenze. Escluso dalla rete dell’emergenza, privato della maternità e della terapia intensiva neonatale.

In breve, la sanità svedese, come la descrive il commissario governatore, è un film che nessuno di noi ha mai visto; abbiamo negli occhi le immagini di pazienti divorati da formiche, di degenti curati sui pavimenti delle corsie, di barelle che diventano letti tecnici e che affollano le stanze doppie facendole diventare triple, di ospedali che si allagano alle prime piogge autunnali. È la sanità di una regione con il più alto tasso di mortalità post parto e che ha raggiunto livelli record di emigrazione sanitaria. È la sanità di una regione con una provincia, quella di Caserta, che detiene il primato per morti evitabili. In Campania le liste d’attesa restano bibliche e il tentativo di far tornare i conti ridimensionando presidi, smantellando ospedali storici, chiudendo centri nascita ha prodotto come unico risultato la peggiore qualità dell’assistenza nella storia della nostra regione.
Di fronte questo quadro, il presidente della giunta regionale ha il coraggio di annunciare a più riprese l’uscita dal commissariamento.
Per nostra fortuna un Governo di buonsenso ha messo finalmente fine a un’era scellerata inaugurata con la nomina di Vincenzo De Luca a commissario ad acta per la sanità campana, reintroducendo l’incompatibilità tra il ruolo di commissario regionale per la sanità e qualunque altro ruolo istituzionale di una Regione soggetta a commissariamento e cancellando una norma del Governo Renzi, dettata dallo stesso De Luca, che ha ottenuto come risultato quello di devastare la sanità in Campania.
In un quadro catastrofico come quello descritto e che i cittadini di questa regione conoscono bene a proprie spese, uscire dal commissariamento è pura follia. Con un nuovo commissario, che abbia competenze specifiche e la giusta dose di esperienza, alla guida di un settore che non sarà mai più appannaggio della politica e dei giochetti di certi suoi esponenti, la sanità campana potrà finalmente rinascere. Eliminando l’assurda norma sulle nomine fiduciarie di manager e direttori di struttura, che saranno scelti sulla base di principi di meritocrazia e trasparenza.


FONDI EUROPEI

Programmazione comunitaria 2014-2020
La Risoluzione appare carente dal punto di vista della programmazione dei fondi strutturali per il ciclo 2014-2020.
Si comprende la ritrosia della Maggioranza a esporre una problematica vera e sentita alla propria Giunta regionale. L’esame dell’avanzamento dei Programmi comunitari ripropone il tema di un’affannosa corsa per il raggiungimento dei target da parte della Campania.
Per la Regione Campania, il rischio del disimpegno automatico, la perdita dei fondi comunitari assegnati, oltre la perdita della premialità, è ancora elevato.
Entro il 31 dicembre 2018 le risorse da impegnare – in totale di 600 ML:

  • per il PSR ammontano a circa 125 milioni di euro;
  • per il FSE ammontano circa 85 milioni di euro;
  • per il FESR ammontano circa 383 milioni di euro.

Dei 649 milioni da spendere entro il 31 dicembre prossimo, ne sono stati certificati soltanto 301. Restano meno di due mesi per completare il piano di spesa. In caso di fallimento, la nostra regione vedrà andare in fumo centinaia di milioni che si sarebbero potuti investire in ricerca, innovazione, infrastrutture, servizi, bonifiche, ma anche in formazione, con la creazione di nuovi posti di lavoro.  Perdere questi fondi comporterà ricadute devastanti su tutti i segmenti produttivi in una regione con un tasso di disoccupazione tra i più alti in Europa. Lo stesso ex ministro De Vincenti nei mesi scorsi, in una lettera a De Luca, sottolineò il pericolo di disimpegno delle risorse europee.
Ad aggravare i ritardi, come abbiamo denunciato in un recente question time, concorrono le continue e umorali riorganizzazioni di uffici e competenze regionali, che hanno ottenuto, tra le conseguenze, quella di depotenziare paradossalmente proprio gli uffici che si occupano della spesa dei fondi europei. Nel frattempo, nell’ultimo rimpasto di giunta, De Luca ha pensato bene di eliminare l’assessorato ai Fondi europei e non è un caso che oggi la nostra a Regione sia completamente ferma anche nella certificazione della spesa. Il pericolo reale e concreto che come sempre i fondi destinati a progetti di ampio respiro di coesione e di sviluppo verranno dirottati sull’accelerazione o i piani sponda dando vita a progetti dormienti nei cassetti che serviranno a realizzare quello che andava fatto nella programmazione ordinaria.


POLITICHE AMBIENTALI

La relazione di maggioranza riporta un generico impegno a “salvaguardare l’ambiente, e preservarne le ricadute positive in termini di sicurezza e benessere della collettività, sviluppo turistico ed economico, intensificando l’impegno per l’uscita dalle procedure di infrazione”.
La genericità dell’enunciato è indice di quanto le carenze del sistema ambientale campano siano ancora sottostimate dalla maggioranza di governo.
Le procedure di infrazione europee che coinvolgono la Campania riguardano tutti i settori ambientali dai rifiuti alla qualità delle acque, dalle bonifiche alla qualità dell’aria, con gravi conseguenze in termini di peggioramento dello stato di salute della popolazione che paga con proprie risorse la cifra di 120.000 euro al giorno per la sola procedura relativa alla mancata realizzazione degli impianti per il trattamento dei rifiuti, milioni di euro sottratti ai servizi per i cittadini.
Sono in corso accertamenti da parte della Corte dei Conti sui danni erariali prodotti dai responsabili delle inefficienze amministrative.
Le politiche ambientali del Governo De Luca perseguite in tre anni di amministrazione trovano nell’attuale situazione di criticità nella gestione dei rifiuti e nelle difficoltà a realizzare gli impianti di compostaggio, la cartina di tornasole di una politica che ha concentrato le risorse disponibili sullo smaltimento delle “ecoballe” senza conseguire i risultati attesi,
in alcuni casi sottraendo risorse alla costituzione di un sistema solido di gestione dei rifiuti secondo la scala delle priorità europee.  Nessuna svolta è stata impressa alla politica ambientale regionale ancora impegnata a rincorre l’ennesimo cambiamento normativo nell’assetto della governance del ciclo dei rifiuti e delle acque; tuttavia, è stato avviato l’iter per la realizzazione degli impianti di compostaggio al di fuori delle attività fondamentali di pianificazione e programmazione da condurre in ciascun ambito.
Questo ha generato l’opposizione delle comunità che hanno riscontrato incongruenze tra gli impianti già autorizzati, quelli che si intende autorizzare e le effettive necessità di trattamento delle comunità interessate. Nel caso specifico del sistema rifiuti, questa operazione è avvenuta in modo incompleto e inefficace sia rispetto alla previsione del fabbisogno di impiantistica rispetto al quale si è assistito ad una incomprensibile approssimazione sull’individuazione degli impianti privati in corso di autorizzazione sia in relazione ai criteri per la localizzazione degli stessi, rispetto alla quale l’attuale Governo regionale si è limitato a sollecitare le manifestazioni d’interesse da parte dei Comuni e a verificare l’assenza di cause ostative, pur in mancanza di pianificazione a livello di ambito.
Per questo motivo si ritiene necessario procedere alla spedita approvazione dei Piani d’ambito e alla riconsiderazione delle dimensioni e della localizzazione dei nuovi impianti previsti, concentrando nell’immediato le risorse sugli impianti di compostaggio già previsti e realizzati ma non in esercizio e sui progetti di rifunzionalizzazione degli Stir.
Le carenze sulla programmazione dell’impiantistica e sulla filiera della gestione del rifiuto
l’abbiamo denunciata e Analoga carenza nella programmazione emerge in relazione alla fondamentale attività dell’ente strumentale regionale preposto al controllo ambientale.
Il Sistema Nazionale a rete per la protezione dell’ambiente (SNPA) di cui l’Arpac è parte integrante a partire dal 14 gennaio 2017, data di entrata in vigore della legge n.132/2016 di Istituzione del Sistema nazionale a rete per la protezione dell’ambiente e disciplina dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, prevede il raggiungimento di target uniformi su tutto il territorio nazionale attraverso il sistema dei Livelli essenziali delle prestazioni tecniche ambientali.
Per quanto riguarda i controlli sugli impianti sottoposti ad AIA regionale, in considerazione dell’esiguo numero di controlli effettuati nella provincia di Napoli dove risulta presente il maggior numero di impianti, occorre impegnare la Giunta all’adozione del Piano d’ispezione ambientale ai sensi dell’art. 29 decies comma 11-bis del d.lgs n. 152/2006, obbligo stabilito dalla legge statale e non assolto dalla regione Campania, rendendo noti i criteri adottati per stabilire la priorità e periodicità del controllo,che in caso di situazioni particolarmente critiche come nel settore rifiuti dovrà prevedere una frequenza di controllo più stringente di quella stabilita dalla legge nazionale.
Rispetto agli impianti non soggetti ad AIA non risultano stipulate le convenzioni o gli accordi di programma con le Provinceper la realizzazione delle attività di controllo ambientale sugli impianti di gestione dei rifiuti previste all’art. 197 del d.lgs 152/2006 e dall’art. 3 della legge regionale n. 10/1998;
La stessa legge regionale istitutiva dell’Arpac (LR n.10/1998) risulta inattuata per aspetti sostanziali   MANCA IL Comitato regionale di indirizzo preposto alle attività di indirizzo e coordinamento sulla programmazione delle attività di controllo ambientale cui partecipano i rappresentanti degli enti a vario titolo coinvolti, tra cui Province, Comuni e Aziende sanitarie locali. Un sistema per programmare le attività di controllo ambientale in base alle specifiche criticità del territorio e verificarne i risultati che potrebbe contribuire a rendere più efficace l’attività dell’Agenzia.
La Regione Campania non ha previsto in bilancio la destinazione di risorse aggiuntive, oltre la quota del Fondo sanitario regionale, in favore dell’Arpac per l’implementazione delle attività di controllo ambientale e la sostituzione delle strumentazioni vetuste o comunque inadeguate, come espressamente richiamato nella introduzione al rendiconto di gestione 2017 dal Commissario dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale campana:
QUASI COME SE ALLA REGIONE FACCIA COMODO UN ENTE DI CONROLLO CHE NON SIA IN GRADO DI CONTROLLARE
Occorre ricordare che nell’esercizio 2017 nessun trasferimento dal Bilancio Gestionale della Regione Campania è stato disposto né sul capitolo 1652 (Attività richieste dall’Assessorato Ambiente) né sul capitolo 1653 (Investimenti). Tale quadro economico si pone in evidente contrasto con le nuove funzioni che il Sistema Nazionale a rete per la protezione dell’ambiente, istituito dalla nuova legge, attribuisce a quelle che erano le singole componenti del preesistente Sistema, affidando a tale nuova identità compiti fondamentali per attività di ricerca, raccolta, organizzazione e diffusione di dati ambientali, costituenti riferimento tecnico ufficiale da utilizzare ai fini delle attività di competenza della pubblica amministrazione e con la domanda ricorrente di aggiornamento tecnologico e di manutenzione straordinaria per le strumentazioni a supporto di laboratori. Questa strutturale carenza di finanziamento rende gravoso il superamento delle criticità anche in relazione ai LEPTA che rappresentano, senz’altro, uno degli aspetti fondamentali previsti dalla legge 132/2016 per la definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni tecniche ambientali”.
Alla luce di tali considerazioni si ritiene necessario inserire tra gli obiettivi strategici da attuare su tutto il territorio regionale, l’implementazione e l’ottimizzazione dei controlli di tipo ambientale, con particolare riguardo agli impianti che gestiscono rifiuti, la costituzione e le garanzie di operatività del Comitato regionale di indirizzo per le attività di controllo ambientale previsto all’art. 8 LR n. 10/1998, la  stipula delle convenzioni o degli accordi di programma con le Province e la destinazione di risorse aggiuntive nel bilancio regionale per le funzioni di controllo ambientale da esercitare attraverso l’ente strumentale Arpac.
In riferimento alle politiche di economia circolare e prevenzione dei rifiuti, la relazione di maggioranza inserisceun generico richiamo all’innovazione nel campo della ricerca e impegnando la Giunta a valorizzare la crescita dimensionale delle attività connesse alle filiere della bio-economia.
Lo stesso DEFR 2019-2021 riserva uno spazio esiguo alle attività di prevenzione dei rifiuti e allo sviluppo di iniziative nell’ambito dell’economia circolare e della bio-economia; al punto 4.2 si riporta: “In merito alla prevenzione della produzione dei rifiuti si prosegue nel finanziamento, attraverso le Province, degli interventi realizzati dai Comuni di cui al DD. 33/11”; inoltre si inserisce il progetto REPAiR: REsource Management in Peri-urban Areas, indicato quale valida azione pilota di “Sistema regionale di informazione e di educazione alla sostenibilità ambientale” previsto all’art. 4 della legge stessa. Ben poco dunque a distanza di tre anni circa dall’approvazione della Legge regionale 14/2016 che pure contiene numerose azioni regionali sull’economia circolare e la riduzione dei rifiuti.
La prevenzione rappresenta la strategia prioritaria per affrontare la gestione dei rifiuti per questo è necessario sollecitare la Giunta a porre quale obiettivo strategico quello di implementare tali attività dando attuazione agli strumenti già previsti dalla LR n. 14/2016, tra cui lo sviluppo dei centri per il riciclo e l’attivazione di specifiche linee di intervento a valere sui fondi europei per iniziative imprenditoriali sull’economia circolare e l’eco-progettazione, che possano favorire la nascita di nuove imprese innovative nell’ambito dell’economia circolare e contribuire alla riduzione del carico di rifiuti da gestire sul territorio regionale. Anche su questo punto la risoluzione di maggioranza appare debole limitandosi ad un richiamo alla Giunta ad intensificare le attività per la lotta allo spreco alimentare e la riduzione dei materiali in plastica negli uffici e nei punti di ristoro regionali. Entrambi gli obiettivi citati seppur pienamente condivisibili risultano insufficienti se condotti in modo isolato e non inseriti in un piano strategico da realizzare a livello regionale che parta dall’informazione e sensibilizzazione dei cittadini, delle amministrazioni e delle imprese.
Pertanto, occorre considerare quale obiettivo strategico dell’azione regionale, la celere e completa attuazione degli strumenti di prevenzione dei rifiuti previsti dalla legge regionale n. 14/2016 e l’aggiornamento del Piano di prevenzione dei rifiuti con apposito stanziamento di risorse.


LAVORO

Si continua a fantasticare sull’onda di un distacco dalla realtà che non tiene neanche conto nemmeno del quadro nettissimo presentato nella relazione del Rapporto SVIMEZ 2018.
Il quadro drammatico che fa della Campania condanna la vostra politica e traccia in maniera inoppugnabile un regresso e un fallimento per consumi, crescita occupazionale, precarietà lavorativa, frattura generazionale, emigrazione.
Dopo sette anni di recessione interrotta (2008-2014), l’economia delle regioni meridionali, sconta un forte ritardo, non solo dal resto dell’Europa ma anche dal resto del Paese: i consumi delle famiglie risultano comunque “frenati”. Tale differenza è stata acuita dalla contrazione della spesa pubblica, cumulativamente pari, tra il 2008 e il 2017, al -7,1% nel Mezzogiorno, mentre è cresciuta dello 0,5% nel resto del Paese. Nel 2019, infatti, il ruolo di driver della crescita verrebbe ad essere assunto proprio dai consumi totali trainati a loro volta da quelli delle famiglie i quali, a loro volta, trarrebbero vantaggio in misura significativa dalle misure di politica previste nel Documento Programmatico di Bilancio relative al “Reddito di Cittadinanza” e a “quota 100”.Proprio le misure che saggiamente sta adesso portando avanti il nostro Governo.Ancora, rispetto la ripresa dell’occupazione e la Frattura generazionale, secondo Svimez “l’intensità della crescita occupazionale in Campania appare comunque troppo, insufficiente per colmare il crollo dei posti lavoro avvenuto nella crisi e risulta caratterizzata da una crescente precarietà”.          A metà 2018, il numero di occupati nel Mezzogiorno è inferiore di 276 mila unità rispetto al livello del medesimo periodo del 2008, mentre nel Centro-Nord è superiore di 382 mila unità. Un dato che fotografa chiaramente come la crisi abbia aperto uno squarcio nel tessuto economico e sociale del Sud un preoccupante invecchiamento della forza lavoro, solo poco più di un giovane su quattro è al lavoro” e di qui, l’emigrazione dal Sud o meglio chiamarla emorragia.
Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 183 mila residenti:
la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati; il 16% circa si sono trasferiti all’estero.quasi 800 mila di essi non sono tornati.
Anche nel 2016, si sono cancellati dal Mezzogiorno oltre 131 mila residenti, un quarto dei quali ha scelto un paese estero, una quota decisamente più elevata che in passato, come sempre più elevata risulta la quota dei laureati. Ancora più devastante per le famiglie è la forma di pendolarismo di lungo raggio che non riguarda trasferimenti giornalieri ma riflette comunque scelte obbligate di emigrazione per motivi di lavoro non censite.  Questa perdita migratoria, ha come conseguenza la riduzione della popolazione in età da lavoro, compromettendo così le potenzialità di crescita del sistema economico, evidenziate da un dividendo demografico stabilmente negativo.          Emerge dunque un quadro sconfortante che riflette le politiche messe in atto n totalmente scollegate dalla realtà e enfatizzate in maniera ingiustificate da documenti come il DEFR e sono la prova che questa giunta sovrastima i potenziali effetti espansivi della politica regionale.
Un dato  per tutti un drammatico ed impressionante calo dei posti di lavoro denunciato da ISTAT con una perdita negli ultimi 10 anni di ben 100 mila posti di lavoro in cosa propone la regione Campania rispetto a questa drammatica esposizione nessuna programmazione anche dopo la soppressione dell’arlas che ha frantumato che competenze e le conoscenze senza sostituirle e allora solo pezze a colore temporanea che sanno più di politiche di sussistenza e allora abbiamo assistito al proliferare delle oltre i garanzia over garanzia giovani o gli opa e altre pezze a colore senza risultati duraturi di fronte a questo scenario disastroso  ecco che de luca tira fuori dal cappello un  fantasmagorico piano lavoro che  non crea alcun posto di lavoro. Esso non è altro che un mero aggregatore di procedure concorsuali, che saranno comunque in capo ai singoli Comuni. Un progetto che prevede due anni di corso-concorso, con stipendi di 1000 euro al mese per tirocini/borse lavoro erogati ai corsisti, a parità di prestazione di un dipendente già in organico. Il paradosso è che in una Regione che annovera il maggior numero di enti locali in pre-dissesto, il piano è riferito a Comuni che dovrebbero essere a tal punto virtuosi da essere in grado di programmare il piano dei fabbisogni in appena 30 giorni. E non c’è certezza di assunzione, se immaginiamo che molti di quei Comuni che sottoscriveranno il protocollo, potrebbero trovarsi in situazioni incidenti sul patto di stabilità interna che non consentiranno di procedere ad alcuna assunzione. Una maxioperazione squisitamente elettorale.Ancora non conosciamo quante e quali professionalità occorrano agli enti, eppure impegniamo risorse per 100 milioni. Né è dato sapere il numero dei comuni che vogliano aderire alla procedura, per la quale nel frattempo sono stati impegnati 6 milioni.De Luca annuncia bandi entro fine anno, ma non è stato espletato alcun adempimento preliminare per l’indizione di concorsi, tra procedure di mobilità interna ed esterna, progressioni tra le aree o le categorie, procedure di stabilizzazione, assunzioni di categorie protette e scorrimento di graduatorie valide ed efficaci.    Creare lavoro significa creare le condizioni affinché aumenti l’occupazione.
Il governatore tenta, invece, di far passare il naturale ricambio generazionale dovuto al pensionamento dei dipendenti pubblici, nell’ambito di un turn over agevolato, tra l’altro dal nostro Governo, come nuovi posti di lavoro. Così facendo, De Luca ha solo individuato l’ultima possibilità che gli resta per provare a spendere, in fretta e furia, quei 100 milioni di fondi Fes a rischio restituzione entro fine anno, ennesima prova fallimentare figlia dell’incapacità programmatoria della sua amministrazione.